Brutta, sporca e ingiusta. E’ la moda usa e getta

Il 75% dei 53 milioni di tonnellate di capi di abbigliamento prodotti ogni anno viene buttato. Spesso dopo essere stati indossati una sola volta. La fast fashion che mette in vendita vestiti a pochi euro, contando sul comportamento compulsivo degli acquirenti, è una delle industrie più inquinanti del mondo e a maggior tasso di sfruttamento di lavoratrici e e lavoratori. E’ una moda che viene spacciata per “democratica”: tanti vestiti per tutti a basso prezzo. Ma non vi è nulla di democratico in una filiera produttiva che utilizza materiali di scarsa qualità, che si basa sullo sfruttamento di lavoratrici e lavoratori in tutto mondo, pagati pochissimo e costretti a condizioni e ritmi di lavoro para-schiavistici.
Andare oltre l’apparenza di un capo “styled” è facile: guardiamo la qualità delle cuciture, i materiali indicati sull’etichetta, la provenienza, laviamolo e… sarà pronto per diventare un rifiuto, spesso imbottito di microplastiche che inondano terre e acque.
Davvero abbiamo bisogno di decine di magliette, pantaloni, vestiti, sciarpe? Non sarebbe meglio dedicare tempo a selezionare capi di più alta qualità, un po’ più costosi ma decisamente più durevoli?
La scelta di un consumo consapevole, come in altri campi, non basta. Ma è un’arma che possiamo impugnare tutti fin da subito. Seguendo poche regole:
– compriamo con moderazione ciò che davvero ci piace e rappresenta la nostra personalità
– scegliamo capi identificabili e tracciabili o addirittura prodotti da intelligente riciclo
– ripariamoli o facciamoli riparare quando possibile, incentivando il recupero di saperi perduti,in attività di prossimità di cura e manutenzione
– invece di buttarli, affidiamoli a centri di raccolta e riuso.
Ce le indica l’autrice di questo libro, Olivia de Castro, stilista e fondatrice del movimento Fashion Revolution che rivendica la possibilità di conservare il piacere di vestirci indossando capi che raccontano storie nuove. Molti i consigli, i suggerimenti, le azioni (anche di acquisto) che possiamo intraprendere. Come per il cibo, la scelta di un abito è (anche) un atto politico. Riparare è un atto rivoluzionario, economicamente sostenibile, capace di favorire le piccole attività a scapito delle multinazionali dell’usa e getta.

Orsola de Castro, I vestiti che ami vivono a lungo, Corbaccio, 18€.

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