E la Drina si tinse di rosso

“Bersaglio mobile di ogni cecchino” cantavano i CSI, dedicando a Sarajevo-città una canzone indimenticabile.
La città simbolo della convivenza fra popoli, religioni, culture ha subito l’assedio più lungo della storia d’Europa, “rubando il primato a Leningrado”.
Ogni giorno gli abitanti di Sarajevo lottavano per un po’ d’acqua, di cibo, di combustibile. Ogni giorno, mentre attraversavano una strada o andavano al mercato, dovevano guardarsi dall’etnico cecchino serbo-bosniaco e la sera dai rastrellamenti. Non andò meglio agli abitanti delle altre cittadine e villaggi con una forte presenza bosgnacca (musulmana). Qui le bande paramilitari del serbo Raznatovic (Arkan) o del croato Praljak, veri e propri manipoli di criminali uccisero, rapinarono, e stuprarono. Accecati dalle ideologie nazionalistiche, dalle malsana idea di pulire dai “turchi” la patria serba o la patria croata, restituirono all’Europa parole che sembrano confinate alla II guerra mondiale: rastrellamenti, deportazioni, lager, pulizia etnica.

A Visegrad, sotto il magnifico ponte di Mehmed Paša Sokolović, celebrato dal premio Nobel Ivo Andric, il fiume Drina diventò rosso del sangue di centinaia di persone. A Visegrad, nell’albergo Vilina Vlas, duecento fra donne e bambine vennero violentate e uccise. Ebbene quell’albergo oggi è un centro termale magnificato ai turisti, mentre in città, oggi a maggioranza serba, il virus nazionalista ha ripreso a scorrere.
E’ questo il punto a cui ci porta l’ampia, dettagliata, drammatica ricostruzione della guerra di Bosnia, scoppiata 30 anni fa, che fece 100.000 morti e 2 milioni di sfollati, a cura dei giornalisti Francesco Battistini e Marzio G. Mian. Una ricostruzione che intreccia storia, cronaca, narrazioni. Furono le parole, i proclami, le false ricostruzioni storiche a creare il terreno fertile per l’orrore. Ce lo ricorda bene l’intervista che gli autori fanno a Radovan Karadzic, rinchiuso nel super carcere sull’isola di Wight.
Oggi quel mostro, quel “Frankestein”, è rappresentato dagli accordi di Dayton che, se misero fine al sangue, riconobbero le divisioni etniche, degli assassini, impedì un autentico processo di pace che non poteva non partire dal riconoscimento delle responsabilità collettive, dal dare un nome ad assassini e vittime. E’ per questo motivo che oggi il premier dello stato fantoccio della repubblica Srpska può tranquillamente negare il genocidio di Srebenica e minacciare ritorsioni o che autori di massacri e uccisioni siedono nei parlamenti dei Balcani.

Ma se è dimostrato che furono i civili musulmani a subire più di ogni altro la furia della guerra, e che le più ampie responsabilità vanno attribuite ai dirigenti serbi e serbi bosniaci come riconobbero le condanne inflitte dal Tribunale Internazionale dell’Aja (Milosevic, Karadzic, Mladic), nessun capo politico può dirsi innocente, nemmeno quelli dei paesi democratici o del Vaticano che, con il frettoloso riconoscimento dell’indipendenza croata, contribuirono a innescare il macello bosniaco. Tantomeno l’ONU o la NATO.

Perché occuparci oggi di fatti che sembrano non riguardarci? Perché la vicenda della Bosnia è uno specchio che riflette non solo la storia densa e tormentata dei Balcani compresa la fine del “sogno jugoslavo” di Tito, ma anche quella dell’Occidente, dell’Europa incapace di elaborare idee, soluzioni che non siano l’acquiescenza ai deliri di questo o quel leader nazionalista. Eppure quell’l’Europa, dopo il 1945, una grande idea l’ha avuta, l’Unione Europea, luogo ideale di diritto, solidarietà, giustizia. E’ in quello spazio che il grande Jovan Divjak. il colonnello serbo morto nel 2021 che organizzò la difesa civile di Sarajevo a protezione di bosniacchi e croati, pensava dovesse andare la Bosnia. Uno dei buoni della sporche guerre jugoslave.

Francesco Battistini e Marzio G. Mian, Maledetta Sarajevo, Neri Pozza, 19€

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