Forza ragazze, in sella!

Alle Olimpiadi Seul del 1988, a un giornalista che le chiese se suo marito fosse presente a sostenerla, Maria Canins rispose “Che viene a fare se a sostenermi basto da sola?”. In questa frase è racchiuso il carattere di un’atleta fantastica ma anche l’epica del ciclismo femminile, della sua tenacia e del suo intrecciarsi con la storia delle donne in Italia.
Per questo il libro di Antonella Stelitano è prezioso: nel delineare le gesta sportive delle cicliste italiane, fa pedalare fianco a fianco la fatica del gesto atletico e quella di superare prima lo sberleffo e l’insulto e poi le barriere organizzative ed economiche riservate alle donne.
E’ un lavoro che si inserisce in un filone poco sviluppato dalla ricerca e dalla pubblicistica: la storia sociale dello sport, fondamentale nell’abbinamento bicicletta- donna. Pensiamo, per esempio, alla necessità – per andare in bici – di liberarsi dell’odioso busto a stecche e degli ingombranti gonnelloni a favore delle gonne-pantalone, delle calzamaglie e finalmente dei pantaloni tour court. Abbigliamenti che cambiano, spazi di libertà che si aprono.
Il ciclismo è (stato) uno sport mitico, un tassello fondamentale del racconto della storia e del forgiarsi dell’identità dell’Italia contemporanea. Ancora di più se si alza il sipario sulle donne cicliste, prima osteggiate e poi non raccontate.
Da pochi anni si conoscono le gesta pioneristiche di Alfonsina Strada, ancora oggi unica donna partecipante al Giro d’Italia (quello dei maschi per intenderci). E che partecipazione! Alla partenza si presenta con pantaloncini e capelli corti, calzettoni abbassati, maglia a mezza manica, con una bicicletta di sua proprietà e senza poter contare su una assistenza organizzata. Contrariamente a molti suoi colleghi maschi, Alfonsina, il Giro, lo conclude, dimostrando a tutti che si può fare, che le donne possono farlo.
Dopo di lei, dopo la guerra, dopo la Resistenza delle staffette partigiane, spiccano le ragazze sprint e, su tutte, Augusta Fornasari. Bisognerà aspettare il 1962 per una partecipazione di una squadra femminile italiana ai campionati del mondo: segnatevi i nomi di Florinda Parenti, Morena Tartagni e Giuditta Longari la cui bici è esposta al Museo del Ghisallo e la foto nella copertina di questo libro.
Ma è solo con il ciclone Maria Canins, paragonata a Merckx per la sua capacità di stroncare le avversarie e di alzare l’attenzione mediatica, che il ciclismo femminile italiano si impone. Da quel momento la strada non è solo in discesa ma le vittorie delle nostre atlete, nelle diverse specialità, fanno finalmente breccia nel maschilista mondo del giornalismo italico: i nomi di Paola Pezzo, Fabiana Luperini, Imelda Chiappa, Elena Cecchini, Antonella Belluti, Elisa Frisoni, Silvia Valsecchi, Tatiana Guderzo, Elisa Longo…diventano patrimonio del grande pubblico, senza il quale il ciclismo non è tale.
Nel prepararere questo libro l’autrice si è avvalsa della ricerca d’archivio, della sua professionalità di giornalista sportiva e delle parole delle atlete intervistate, essenziali per comprendere lo spirito del nostro ciclismo (femminile). La libertà corre su due ruote.

Antonella Stelitano, Donne in bicicletta, edicicloeditore, 20€

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