“Insieme alle urla di dolore sentivo le risate…”

Non è stato facile leggere questo piccolo libro di 100 pagine. Non solo per le descrizioni delle violenze sui manifestanti illegalmente detenuti. Ma anche perché, per la prima volta dal dopoguerra, in Europa, a Genova, in quel torrido luglio del 2001, lo stato di diritto venne sospeso: venne praticata la tortura, i detenuti non ebbero la possibilità di chiamare gli avvocati e un gruppo di agenti, forze dell’ordine, rappresentanti delle istituzioni decise di “dare una lezione” al movimento.

Il movimento del social forum era un fenomeno nuovo: accanto alle ingiustizie sociali, denunciava la distruzione dell’ambiente, l’omofobia, il sessismo, il razzismo, il consumismo ebete. Non fu il movimento a innescare “la battaglia di Genova” ma fu il movimento a pagare, letteralmente, con il sangue.

Accanto a giovani poliziotti e carabinieri impreparati a gestire l’ordine pubblico, come il ragazzo Mario Placanica che sparò il colpo che uccise il ragazzo Carlo Giuliani, c’erano gli agenti di Bolzaneto. Quelli che cantavano “Uno, due, tre viva Pinochet”, che divaricavano le dita di un manifestante fino all’osso, che obbligavano le donne ad andare in bagno fra due file di “divise” schierate con i manganelli che ridevano, ridevano…Agenti dello stesso tipo di quelli che piazzarono il sacchetto con le 2 molotov dentro la scuola Diaz, scusa invocata poi per giustificare le violenze che seguirono (verità accertata nei processi).

Seppur con estrema lentezza, complice, in modo bipartisan, tutta la politica, i racconti delle violenze sono arrivati fino a noi, anche se la catena di comando che porto alle violenze non venne mai – volontariamente – ricostruita.
Uno di questi racconti lo potete leggere nel libro di Valerio Callieri, arrestato il 21 luglio 2001 e portato nella caserma di Bolzaneto. Qui lo picchiano, lo obbligano a stare in piedi per ore senza mangiare e bere, ad ascoltare gli insulti verso negri, ebrei e zecche rosse. Ma Valerio si dichiara fortunato: non gli spensero sigarette sulla pelle, non lo buttarono giù dalle scale, non gli ruppero la cassa toracica. Non andò in fin di vita come il cittadino britannico Mark Covell, picchiato di fronte alla Diaz, che sfuggì a Bolzaneto perché portato all’ospedale S. Martino, dove la vita gliela salvarono.
Quello che ha ossessionato Valerio in tutti questi anni sono le risate: quelle udite dalla sua cella mentre altri compagni venivano torturati, come M. con una gamba artificiale perché afflitto da poliomelite, massacrato da 3 “uomini enormi con la divisa grigia”.
Ricordi che generano una rabbia intensa, un risentimento, un desiderio di Erinni vendicative. Come nell’Orestea di Eschilo, quando solo la fondazione del Tribunale e, quindi della Giustizia, mette fine alla faida. Ma per i ragazzi e le ragazze di Genova giustizia non ci fu. Qualche risarcimento. Non ci furono condanne perché come sottolineò la Corte di Giustizia di Strasburgo, la polizia italiana non collaborò con la Magistratura italiana che pure lavorò duramente per far emergere la verità. Anni dopo la polizia si scusò. Meglio di niente. L’Italia non è l’Egitto o l’Arabia Saudita.

Eppure 20 anni dopo rivediamo scene analoghe nei pestaggi del carcere di Santa Maria Capua a Vetere, una vera e propria spedizione punitiva contro i carcerati che protestavano per paura del COVID. Qui ci sarà giustizia?
Ci sono ancora molti motivi per non consegnare le violenze della caserma di Bolzaneto all’oblio.

Valerio Callieri, E’ così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, 12€

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